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Suor Maria Angelica Icaza - (1877-1977)



Questa religiosa contemplativa dell'Ordine della Visitazione Santa Maria, il continente latino americano fa il suo passo da gigante nelle vie dello spirito, allineandosi alla secolare tradizione europea, costellata di celebri figure di mistici.

Il Messico dei primi decenni del XX secolo esalta la sua tormentata storia nell'esistenza di una claustrale, che vive nell'intimo martirio d'amore la sanguinosa vicenda della sua patria.
In lei confluisce limpido il carisma dell'Ordine della Visitazione, ispirato alla dottrina del Fondatore, san Francesco di Sales, Dottore del Divino Amore, che addita nel monte Calvario la dimora delle sue Figlie. Altrettanto trasparente il richiamo all'esperienza di santa Margherita Maria Alacoque, onde Maria Angelica Alvarez Icaza si pone nella scia delle discepole predilette del Sacro Cuore del Verbo Incarnato. 

Madre María Angélica Alvarez Icaza, nacque a Città del Messico il 17 dicembre 1887 e fu battezzata il 10 gennaio col nome di María Concepción. Bambina assai precoce, dimostrò di possedere temperamento volitivo e uno spiccato sentimento religioso che trovava nell'ambiente familiare l'humus propizio per un meraviglioso sviluppo.

All'età di sette anni ottenne di ricevere la prima comunione insieme alla sorella maggiore Guadalupe, sua inseparabile compagna. La mamma, forte e tenera insieme, acconsentì alle insistenze della piccola dopo averle posto due precise condizioni: imparare alla perfezione il Catechismo di padre Ripalda e correggersi dei suoi frequenti scatti di collera. Conchita - così veniva chiamata in famiglia María Concepción - accettò la sfida e si impegnò seriamente, tanto da poter dire in seguito che quello fu il tempo della sua conversione.
Le due sorelline biancovestite si accostarono all'altare il 12 ottobre 1895: data celebre per i cattolici del Messico, poiché in quel giorno l'Immagine miracolosa della Madonna di Guadalupe veniva coronata Regina del Messico. Durante la celebrazione Guadalupe suggerì a Conchita di chiedere al Signore che la facesse diventare suora; ma la risposta fu pronta: «No, io piuttosto voglio chiedergli di diventare santa! ».

Quel giorno, anche in casa Alvarez Icaza la Morenita veniva intronizzata e proclamata Regina. «Fu una festa indimenticabile - ricorda madre Maria Angelica - durante la quale ricevetti favori straordinari. Da allora mi dedicai alla preghiera» (Mem. 8, n. 20). L'incontro con Gesù Eucaristia si rinnovava nei giorni di festa e nei primi venerdì del mese; la pia mamma preparava con fervore le bambine e amava vestirle di bianco, a significare il necessario candore dell'anima.
Ma una prova durissima venne a sconvolgere la serenità familiare, «il primo e più grande dolore della sua vita», dirà la Serva di Dio: la perdita dell'ottima mamma, morta prematuramente il 31 gennaio 1896, lasciando al mondo nove figlioletti, di cui il maggiore aveva tredici anni. Dei piccoli orfani si occupò la zia materna Michela, svolgendo generosamente il ruolo di mamma accanto all'inconsolabile padre, il signor Alvarez. In questa grave circostanza Conchita reagì a modo suo; rivolgendosi all'immagine della Madonna di Loreto, esclamò: «Da questo momento tu sarai la mia Mamma» (Mem. 8, n. 23). L'esperienza del dolore la maturò precocemente e le dischiuse gli orizzonti della sofferenza, offerta e vissuta in unione a Gesù, scelta anche volontariamente con le penitenze corporali. «Con quanta delicatezza Dio mi fece innamorare della sofferenza, fin dai miei giovani anni!» (Mem. 8, n. 37).

Al suo primo destarsi era attratta da un altarino addobbato nella sua stanza con l'immagine del sacro Cuore e di santa Margherita Maria Alacoque, illuminata dalla fioca luce rossa di una lampada. Non si stancava di guardare, mentre un pensiero la dominava: «Io volevo essere una suora come santa Margherita Maria Alacoque» (Mem. 8, n. 24).
Non ci può sfuggire l'attrattiva spirituale di Conchita verso la grande mistica di Paray-le-Monial, tanto venerata in famiglia. Ella ne assimilerà sempre di più l'ardente messaggio di amore e di riparazione e l'esigente vocazione a divenire una vittima offerta al divino Amore, nel senso proprio del termine. Le esperienze che tenterà di narrare nei suoi scritti ce ne rivelano non pochi bagliori.Insieme alla buona educazione religiosa, i ragazzi di casa Alvarez ricevevano una seria istruzione e formazione per la vita, ma privatamente, come preferivano fare in quel periodo le famiglie cattoliche del Messico, per timore di esporre i figli alle diffuse ideologie anticlericali. Conchita frequentò nel 1899 un corso tenuto da un sacerdote, ma solo per alcuni mesi; poi si ritirò in famiglia, proseguendo fra le mura domestiche l'istruzione scolastica. Sua guida spirituale fu il claretiano padre Ripa, missionario dei Figli del Cuore immacolato di Maria. Si alimentava della lettura e meditazione della celebre Imitazione di Cristo e di un trattato sull'orazione di padre Tommaso di Villacastin2; lesse anche Fabiola di Nicholas Wiseman e Stauro fila di Néstora Téllez Rendón.

L'esempio della sorella Guadalupe, che era entrata nell'istituto delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, la sollecitava a fare anche lei il passo decisivo. Ma dove? A tal fine fece dei ritiri spirituali, uno presso le Adoratrici, poi un altro diretto dall'oratoriano padre Díaz Santibanes. Finalmente, in un momento di intenso raccoglimento, dopo aver ricevuto la santa comunione nella chiesa di Sant'Agnese, comprese distintamente la volontà di Dio a suo riguardo: sarebbe entrata nel Monastero della Visitazione di Morelia. Era il 12 ottobre 1904, data memorabile nella sua vita, annotata con precisione. Vi si presentò, infatti, l'8 gennaio 1905, accompagnata dal padre e dalla zia Michela. «Tra me e loro - scrive nelle memorie - si chiuse la porta; essi tornarono a Messico, io rimanevo sola». Fu accolta dalla madre Anna Sofia e affidata alla maestra delle novizie, madre Maria Ignazia.

Iniziava per Conchita una nuova vita e un cammino di formazione che l'avrebbe plasmata nello spirito e nella tradizione dell'Ordine della Visitazione, impregnato del carisma salesiano. Si appassionò alla lettura del Direttorio spirituale, delle Costituzioni, della Regola di sant'Agostino, dei Trattenimenti spirituali di san Francesco di Sales, in cui è come esemplificata e trasfusa nella quotidianità la dottrina spirituale contenuta nel Trattato dell'amor di Dio e nella Filotea. La sua anima si dilatava con giovanile entusiasmo verso orizzonti sempre più luminosi.
Fu ammessa alla vestizione religiosa il 23 giugno dello stesso anno prendendo il nome di suor Maria Angelica. Fu la prima tappa del suo cammino di formazione, a cui si preparò con impegno mediante un corso di esercizi spirituali diretti da padre Arróyave sj. Nel tempo del noviziato non fu esente da prove e difficoltà, causate dalla sua cagionevole salute; ma tutto riuscì a superare aggrappandosi con fede e ardente amore all'Eucaristia. Per questa sua attrattiva ottenne il privilegio della comunione quotidiana, concesso dal confessore e superiore ecclesiastico della comunità, monsignor Francisco Manegas Galvàn.

Risale a questo primo periodo una grazia singolare che si incise profondamente nel suo spirito. Stando essa in adorazione davanti al santissimo Sacramento nella notte del Giovedì santo, dopo aver offerto delle rose da lei stessa coltivate non senza sacrifici, udì improvvisamente la voce ineffabile di Gesù: «In verità ti dico che la notte in cui istituii il santissimo Sacramento ti ebbi presente» (Mem. 8, n. 107).
Trascorso il tempo di formazione in noviziato, suor Ma­ria Angelica fu accettata alla professione. Il solenne rito ebbe luogo il 25 giugno 1906, presieduto dall'arcivescovo di Michoacan, monsignor Atenogenes Silva, amico della famiglia Alvarez Icaza. Ci fu una grande festa attorno alla giovane professa, ma ella stava tutta raccolta nell'esperienza incancellabile di quell'ora tanto attesa; chiese anche una grazia allo Sposo divino: che le facesse espiare sulla terra i propri peccati, onde entrare senza indugio in cielo appena fosse morta. Madre Maria Angelica ricorderà sempre con intima commozione quel giorno; ma ben più che un ricordo, la professione religiosa fu per lei la «sostanza» che impregnò ogni istante della sua vita, anche il più umile, dandogli il valore dell'eternità.

A partire da quel momento, la sua vita spirituale divenne un'ineffabile esperienza di Dio. Da vera figlia di san Francesco di Sales, fu fedelissima alla Regola abbracciata, e la osservò con la coerenza rigorosa che le era propria, sotto lo sguardo pieno di tenerezza della Vergine santissima.Nella pace silenziosa delle giornate monastiche ella si rendeva conto che l'espressione più vera dell'amore a Cristo è la fedeltà alle piccole cose, alle tradizioni dell'Ordine; cosa non facile per lei, che avvertiva nell'intimo un crepitare di energie pronte a espandersi e affermarsi in aspre penitenze, in libere mortificazioni, in veglie prolungate di preghiera. Comprese che Gesù le tracciava un cammino di estrema semplicità, libero da qualsiasi sguardo che non fosse rivolto al compimento della volontà di Dio, e fece quindi dell'obbedienza la sua unica regola di vita: «L'obbedienza è il mezzo che ho per glorificare Dio». Si appassionò sempre più al valore della croce e al mistero in essa racchiuso: «Nostro Signore si è nascosto nella croce»; ne parlava con espressioni tenerissime e ne riconosceva l'insostituibile ruolo nella vita dei prediletti di Dio. E della croce lei stessa sperimentò ben presto le dure esigenze.

Pochi mesi dopo la professione cominciò a soffrire le purificazioni passive della cosiddetta notte oscura. Fu un periodo di malattie fisiche e spirituali, di aridità e tentazioni, che durò per ben sette anni. Con l'ardore che la caratterizzava fece tre propositi, chiedendo a Maria la grazia di osservarli fino alla morte: umiltà, semplicità, fedeltà. Il 22 luglio 1908 promise inoltre di non soffermarsi più a riflettere sulle tentazioni e sulle sofferenze, trovando così totale libertà interiore. Il 2 febbraio 1912 aggiunse il voto di schiavitù mariana, che la radicò nell'umiltà; infine, il 21 novembre 1913, coronò l'offerta di sé con il voto di fare tutto per amore.
L'anima della Serva di Dio si preparava così a divenire santuario vivente dell'Altissimo con la fedeltà amorosa non solo ai comandamenti, ma ai suoi minimi desideri e con l'offerta totale e gioiosa di se stessa. Il 25 marzo 1914, solennità dell'Incarnazione del Verbo divino, ricevette la promessa delle nozze mistiche e si incise a fuoco sul petto il nome di Gesù; ma la grazia più eccelsa le venne elargita il 20 aprile successivo con il dono del matrimonio spirituale: da questo momento ebbe inizio una continua intimità col Signore, vita mistica di immenso bene per la Chiesa. In questo stesso anno 1914 le furono rivelate e affidate tre missioni divine: «Mostrare gli "Incanti dell'amore divino", essere ritratto vivo di Gesù ed essere vittima di amore e di espiazione per la gloria di Dio e la salvezza delle anime» (Mem. 8, n. 160).

Nelle inevitabili difficoltà del suo spirito trovò aiuto e sostegno nel gesuita padre Alberto Cuzcó y Mir che la guidò fino al 1913. A partire dal 1915 incontrò colui che le sarebbe stato accanto come l'inviato di Dio, padre Luis María Martínez, poi arcivescovo di Città del Messico. Nel 1916, sotto la presidenza carranzista, in seguito alla rivoluzione che agitò e sconvolse il Messico, la comunità della Visitazione fu costretta ad abbandonare il monastero e a cercare rifugio in Spagna, a Madrid, nel monastero che aveva dato origine nel 1901 alla fondazione di Morelia. Nei sei anni ivi trascorsi suor Maria Angelica sperimentò malattie, aridità spirituale, prove e tristezza, insieme a un'acuta nostalgia della patria; ma comprese che il modo migliore di unirsi col Verbo era accettare con piena adesione la solitudine e l'umiliazione. «Egli apre per me immensi vuoti... Dio è solo per me e vuole che io sia sola per lui».

Nel marzo 1922 la comunità si trasferì a Bonanza, presso Cadice; suor Maria Angelica definì questa nuova dimora un nido silenzioso sulla riva del mare; qui, come sacrestana, sviluppò tutto il suo delicato e generoso amore per il Signore. «La mia vita ora è un cielo, senza altra occupazione né preoccupazione che lui nel suo Sacramento d'amore». Nella solitudine contemplativa, comprese e sperimentò quanto Dio aveva promesso a Israele per bocca del profeta Osea: «Io l'attirerò e la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore. (...) Allora ti fidanzerò con me in eterno nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore; ti fidanzerò nella fedeltà e conoscerai il Signore» (Os 2,16.21-22). Tale annunzio si traduceva nella storia, diveniva esperienza, paradiso anticipato, conoscenza del Signore e intimità sponsale.
Fu in questo periodo che si ammalò di tubercolosi, spe­rimentando sempre più nella sofferenza che Gesù era l'unica ragione della sua vita. Il male peggiorò fino a interessare tutta la colonna vertebrale. «Debbo fare tutto coricata finché queste mie ossa non si risaneranno un poco; ma benché tutto ciò imponga sofferenza, l'amore addolcisce i sacrifici e abbellisce l'infermità». Per volere divino guarì e continuò la sua vita di contemplazione e di umile servizio.

Il 18 gennaio 1940 la comunità si trasferì a El Puerto de Santa María. Qui, il 12 maggio dello stesso anno, suor Maria Angelica venne nominata assistente della comunità e il 31 dicembre dell'anno seguente maestra delle novizie. Furono anni di «fecondità spirituale», segnati da uno speciale impegno sintetizzato in poche parole: Amarti e farti amare. «Nel noviziato mi sento felice: preparare spose a Gesù è il mio ideale ed è provvidenziale per la mia anima; le novizie sono al tempo stesso responsabilità e stimolo».
Gli anni trascorsi in Spagna (1916-1948) non furono facili. Nonostante l'accoglienza fraterna tributata a molti dei cattolici messicani esuli, la Spagna stava vivendo anch'essa un periodo di grandi contrasti interni, dovuti alle divergenze ideologiche fra liberali e conservatori, triste eredità della Rivoluzione francese. La Chiesa spagnola non sempre fu chiara e preveggente, tuttavia seppe dare una grande testimonianza di fede durante la guerra civile del 1936-1939: furono più di quindicimila i cristiani spagnoli, soprattutto religiosi e sacerdoti, martiri per la fede.

Il 3 giugno 1948, suor Maria Angelica, insieme ad altre sette sorelle spagnole, ritornò in Messico in qualità di superiora e fondatrice, per la fondazione del Monastero a Città del Messico. Il Signore, nella sua provvidenza, procurò una piccola casa a Mixcoac, dove abitarono in estrema povertà, fiducia e gioia: proprio questo sarà il clima del governo di madre Maria Angelica, clima squisitamente evangelico che caratterizza tutta la sua esistenza.
Il 21 aprile 1952 venne nominata dalla Santa Sede Presidente federale della Federazione dei Monasteri dell'Ordine della Visitazione del Messico. Per tre volte, a motivo di questa carica, si recò in Francia ad Annecy, nel primo Monastero dell'Ordine, cogliendo l'occasione per fare una sosta anche a Paray-le-Monial, Madrid, El Puerto de Santa María, Granada. Visitò i monasteri di León e Guadalajara, nel Messico, sempre pronta ad aiutare ed esortare al­la fedeltà al carisma proprio della Visitazione.

A partire dal 1965 madre Maria Angelica si dedicò soprattutto alla revisione del Direttorio e delle Costituzioni,preoccupandosi di custodire la fedeltà agli insegnamenti dei santi Fondatori. Maestra e madre, ardeva dal desiderio di fare della sua comunità uno stuolo di anime innamorate di Gesù, per il bene della Chiesa; a tal fine comunicava loro la vita nuova che Dio con tanta abbondanza le aveva partecipato e gli «Incanti dell'amore divino», secondo la spiritualità propria del dottore del divino amore, san Francesco di Sales, contenuta nel celebre Trattato dell’Amor di Dio.
Monsignor Luis María Martínez, arcivescovo di Città del Messico dal 1937 al 1956, la cui importanza, quale direttore spirituale dal 1915 al 1956, è somma nella vita di madre Maria Angelica, favorì largamente il dialogo tra la Chiesa cattolica e il governo messicano, meritando per questo il titolo di «pacificatore del Messico». Egli si impegnò sempre, in prima persona, a reagire contro la legislazione anticattolica che, a partire dalla Costituzione atea del 1917, raggiunse momenti particolarmente critici.
Madre Maria Angelica, dopo una lunga e operosa vita, animata dalla forza dello Spirito, accettò la malattia come preparazione all'incontro con il Signore. «Già vedo vicino il porto dove arriverà la mia barchetta e vedo anche le braccia aperte di Colui che lì mi attende». Morì il 12 luglio 1977, lasciando alle sue figlie una feconda eredità spirituale e il desiderio di aprirsi alla grazia per vivere come vere adoratrici degli annientamenti del Verbo incarnato, nel nascondimento e nella preghiera umile, gioiosa e profonda.







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