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Questa religiosa contemplativa
dell'Ordine della Visitazione Santa Maria, il continente
latino americano fa il suo passo da gigante nelle vie
dello spirito, allineandosi alla secolare tradizione
europea, costellata di celebri figure di mistici.
Il Messico dei primi decenni del XX secolo esalta la
sua tormentata storia nell'esistenza di una claustrale,
che vive nell'intimo martirio d'amore la sanguinosa
vicenda della sua patria.
In lei confluisce limpido il carisma dell'Ordine della
Visitazione, ispirato alla dottrina del Fondatore, san
Francesco di Sales, Dottore del Divino Amore, che addita
nel monte Calvario la dimora delle sue Figlie. Altrettanto
trasparente il richiamo all'esperienza di santa Margherita
Maria Alacoque, onde Maria Angelica Alvarez Icaza si
pone nella scia delle discepole predilette del Sacro
Cuore del Verbo Incarnato.
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Madre María Angélica Alvarez
Icaza, nacque a Città del Messico il 17 dicembre
1887 e fu battezzata il 10 gennaio col nome di María
Concepción. Bambina assai precoce, dimostrò
di possedere temperamento volitivo e uno spiccato sentimento
religioso che trovava nell'ambiente familiare l'humus propizio
per un meraviglioso sviluppo.
All'età di sette anni ottenne di ricevere la prima
comunione insieme alla sorella maggiore Guadalupe, sua inseparabile
compagna. La mamma, forte e tenera insieme, acconsentì
alle insistenze della piccola dopo averle posto due precise
condizioni: imparare alla perfezione il Catechismo di padre
Ripalda e correggersi dei suoi frequenti scatti di collera.
Conchita - così veniva chiamata in famiglia María
Concepción - accettò la sfida e si impegnò
seriamente, tanto da poter dire in seguito che quello fu il
tempo della sua conversione.
Le due sorelline biancovestite si accostarono all'altare il
12 ottobre 1895: data celebre per i cattolici del Messico,
poiché in quel giorno l'Immagine miracolosa della Madonna
di Guadalupe veniva coronata Regina del Messico. Durante la
celebrazione Guadalupe suggerì a Conchita di chiedere
al Signore che la facesse diventare suora; ma la risposta
fu pronta: «No, io piuttosto voglio chiedergli di diventare
santa! ».
Quel giorno, anche in casa Alvarez Icaza la Morenita veniva
intronizzata e proclamata Regina. «Fu una festa indimenticabile
- ricorda madre Maria Angelica - durante la quale ricevetti
favori straordinari. Da allora mi dedicai alla preghiera»
(Mem. 8, n. 20). L'incontro con Gesù Eucaristia si
rinnovava nei giorni di festa e nei primi venerdì del
mese; la pia mamma preparava con fervore le bambine e amava
vestirle di bianco, a significare il necessario candore dell'anima.
Ma una prova durissima venne a sconvolgere la serenità
familiare, «il primo e più grande dolore della
sua vita», dirà la Serva di Dio: la perdita dell'ottima
mamma, morta prematuramente il 31 gennaio 1896, lasciando
al mondo nove figlioletti, di cui il maggiore aveva tredici
anni. Dei piccoli orfani si occupò la zia materna Michela,
svolgendo generosamente il ruolo di mamma accanto all'inconsolabile
padre, il signor Alvarez. In questa grave circostanza Conchita
reagì a modo suo; rivolgendosi all'immagine della Madonna
di Loreto, esclamò: «Da questo momento tu sarai
la mia Mamma» (Mem. 8, n. 23). L'esperienza del dolore
la maturò precocemente e le dischiuse gli orizzonti
della sofferenza, offerta e vissuta in unione a Gesù,
scelta anche volontariamente con le penitenze corporali. «Con
quanta delicatezza Dio mi fece innamorare della sofferenza,
fin dai miei giovani anni!» (Mem. 8, n. 37).
Al suo primo destarsi era attratta da un altarino addobbato
nella sua stanza con l'immagine del sacro Cuore e di santa
Margherita Maria Alacoque, illuminata dalla fioca luce rossa
di una lampada. Non si stancava di guardare, mentre un pensiero
la dominava: «Io volevo essere una suora come santa
Margherita Maria Alacoque» (Mem. 8, n. 24).
Non ci può sfuggire l'attrattiva spirituale di Conchita
verso la grande mistica di Paray-le-Monial, tanto venerata
in famiglia. Ella ne assimilerà sempre di più
l'ardente messaggio di amore e di riparazione e l'esigente
vocazione a divenire una vittima offerta al divino Amore,
nel senso proprio del termine. Le esperienze che tenterà
di narrare nei suoi scritti ce ne rivelano non pochi bagliori.Insieme
alla buona educazione religiosa, i ragazzi di casa Alvarez
ricevevano una seria istruzione e formazione per la vita,
ma privatamente, come preferivano fare in quel periodo le
famiglie cattoliche del Messico, per timore di esporre i figli
alle diffuse ideologie anticlericali. Conchita frequentò
nel 1899 un corso tenuto da un sacerdote, ma solo per alcuni
mesi; poi si ritirò in famiglia, proseguendo fra le
mura domestiche l'istruzione scolastica. Sua guida spirituale
fu il claretiano padre Ripa, missionario dei Figli del Cuore
immacolato di Maria. Si alimentava della lettura e meditazione
della celebre Imitazione di Cristo e di un trattato sull'orazione
di padre Tommaso di Villacastin2; lesse anche Fabiola di Nicholas
Wiseman e Stauro fila di Néstora Téllez Rendón.
L'esempio della sorella Guadalupe, che era entrata nell'istituto
delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, la sollecitava
a fare anche lei il passo decisivo. Ma dove? A tal fine fece
dei ritiri spirituali, uno presso le Adoratrici, poi un altro
diretto dall'oratoriano padre Díaz Santibanes. Finalmente,
in un momento di intenso raccoglimento, dopo aver ricevuto
la santa comunione nella chiesa di Sant'Agnese, comprese distintamente
la volontà di Dio a suo riguardo: sarebbe entrata nel
Monastero della Visitazione di Morelia. Era il 12 ottobre
1904, data memorabile nella sua vita, annotata con precisione.
Vi si presentò, infatti, l'8 gennaio 1905, accompagnata
dal padre e dalla zia Michela. «Tra me e loro - scrive
nelle memorie - si chiuse la porta; essi tornarono a Messico,
io rimanevo sola». Fu accolta dalla madre Anna Sofia
e affidata alla maestra delle novizie, madre Maria Ignazia.
Iniziava per Conchita una nuova vita e un cammino di formazione
che l'avrebbe plasmata nello spirito e nella tradizione dell'Ordine
della Visitazione, impregnato del carisma salesiano. Si appassionò
alla lettura del Direttorio spirituale, delle Costituzioni,
della Regola di sant'Agostino, dei Trattenimenti spirituali
di san Francesco di Sales, in cui è come esemplificata
e trasfusa nella quotidianità la dottrina spirituale
contenuta nel Trattato dell'amor di Dio e nella Filotea. La
sua anima si dilatava con giovanile entusiasmo verso orizzonti
sempre più luminosi.
Fu ammessa alla vestizione religiosa il 23 giugno dello stesso
anno prendendo il nome di suor Maria Angelica. Fu la prima
tappa del suo cammino di formazione, a cui si preparò
con impegno mediante un corso di esercizi spirituali diretti
da padre Arróyave sj. Nel tempo del noviziato non fu
esente da prove e difficoltà, causate dalla sua cagionevole
salute; ma tutto riuscì a superare aggrappandosi con
fede e ardente amore all'Eucaristia. Per questa sua attrattiva
ottenne il privilegio della comunione quotidiana, concesso
dal confessore e superiore ecclesiastico della comunità,
monsignor Francisco Manegas Galvàn.
Risale a questo primo periodo una grazia singolare che si
incise profondamente nel suo spirito. Stando essa in adorazione
davanti al santissimo Sacramento nella notte del Giovedì
santo, dopo aver offerto delle rose da lei stessa coltivate
non senza sacrifici, udì improvvisamente la voce ineffabile
di Gesù: «In verità ti dico che la notte
in cui istituii il santissimo Sacramento ti ebbi presente»
(Mem. 8, n. 107).
Trascorso il tempo di formazione in noviziato, suor Maria
Angelica fu accettata alla professione. Il solenne rito ebbe
luogo il 25 giugno 1906, presieduto dall'arcivescovo di Michoacan,
monsignor Atenogenes Silva, amico della famiglia Alvarez Icaza.
Ci fu una grande festa attorno alla giovane professa, ma ella
stava tutta raccolta nell'esperienza incancellabile di quell'ora
tanto attesa; chiese anche una grazia allo Sposo divino: che
le facesse espiare sulla terra i propri peccati, onde entrare
senza indugio in cielo appena fosse morta. Madre Maria Angelica
ricorderà sempre con intima commozione quel giorno;
ma ben più che un ricordo, la professione religiosa
fu per lei la «sostanza» che impregnò ogni
istante della sua vita, anche il più umile, dandogli
il valore dell'eternità.
A partire da quel momento, la sua vita spirituale divenne
un'ineffabile esperienza di Dio. Da vera figlia di san Francesco
di Sales, fu fedelissima alla Regola abbracciata, e la osservò
con la coerenza rigorosa che le era propria, sotto lo sguardo
pieno di tenerezza della Vergine santissima.Nella pace silenziosa
delle giornate monastiche ella si rendeva conto che l'espressione
più vera dell'amore a Cristo è la fedeltà
alle piccole cose, alle tradizioni dell'Ordine; cosa non facile
per lei, che avvertiva nell'intimo un crepitare di energie
pronte a espandersi e affermarsi in aspre penitenze, in libere
mortificazioni, in veglie prolungate di preghiera. Comprese
che Gesù le tracciava un cammino di estrema semplicità,
libero da qualsiasi sguardo che non fosse rivolto al compimento
della volontà di Dio, e fece quindi dell'obbedienza
la sua unica regola di vita: «L'obbedienza è
il mezzo che ho per glorificare Dio». Si appassionò
sempre più al valore della croce e al mistero in essa
racchiuso: «Nostro Signore si è nascosto nella
croce»; ne parlava con espressioni tenerissime e ne
riconosceva l'insostituibile ruolo nella vita dei prediletti
di Dio. E della croce lei stessa sperimentò ben presto
le dure esigenze.
Pochi mesi dopo la professione cominciò a soffrire
le purificazioni passive della cosiddetta notte oscura. Fu
un periodo di malattie fisiche e spirituali, di aridità
e tentazioni, che durò per ben sette anni. Con l'ardore
che la caratterizzava fece tre propositi, chiedendo a Maria
la grazia di osservarli fino alla morte: umiltà, semplicità,
fedeltà. Il 22 luglio 1908 promise inoltre di non soffermarsi
più a riflettere sulle tentazioni e sulle sofferenze,
trovando così totale libertà interiore. Il 2
febbraio 1912 aggiunse il voto di schiavitù mariana,
che la radicò nell'umiltà; infine, il 21 novembre
1913, coronò l'offerta di sé con il voto di
fare tutto per amore.
L'anima della Serva di Dio si preparava così a divenire
santuario vivente dell'Altissimo con la fedeltà amorosa
non solo ai comandamenti, ma ai suoi minimi desideri e con
l'offerta totale e gioiosa di se stessa. Il 25 marzo 1914,
solennità dell'Incarnazione del Verbo divino, ricevette
la promessa delle nozze mistiche e si incise a fuoco sul petto
il nome di Gesù; ma la grazia più eccelsa le
venne elargita il 20 aprile successivo con il dono del matrimonio
spirituale: da questo momento ebbe inizio una continua intimità
col Signore, vita mistica di immenso bene per la Chiesa. In
questo stesso anno 1914 le furono rivelate e affidate tre
missioni divine: «Mostrare gli "Incanti dell'amore
divino", essere ritratto vivo di Gesù ed essere
vittima di amore e di espiazione per la gloria di Dio e la
salvezza delle anime» (Mem. 8, n. 160).
Nelle inevitabili difficoltà del suo spirito trovò
aiuto e sostegno nel gesuita padre Alberto Cuzcó y
Mir che la guidò fino al 1913. A partire dal 1915 incontrò
colui che le sarebbe stato accanto come l'inviato di Dio,
padre Luis María Martínez, poi arcivescovo di
Città del Messico. Nel 1916, sotto la presidenza carranzista,
in seguito alla rivoluzione che agitò e sconvolse il
Messico, la comunità della Visitazione fu costretta
ad abbandonare il monastero e a cercare rifugio in Spagna,
a Madrid, nel monastero che aveva dato origine nel 1901 alla
fondazione di Morelia. Nei sei anni ivi trascorsi suor Maria
Angelica sperimentò malattie, aridità spirituale,
prove e tristezza, insieme a un'acuta nostalgia della patria;
ma comprese che il modo migliore di unirsi col Verbo era accettare
con piena adesione la solitudine e l'umiliazione. «Egli
apre per me immensi vuoti... Dio è solo per me e vuole
che io sia sola per lui».
Nel marzo 1922 la comunità si trasferì a Bonanza,
presso Cadice; suor Maria Angelica definì questa nuova
dimora un nido silenzioso sulla riva del mare; qui, come sacrestana,
sviluppò tutto il suo delicato e generoso amore per
il Signore. «La mia vita ora è un cielo, senza
altra occupazione né preoccupazione che lui nel suo
Sacramento d'amore». Nella solitudine contemplativa,
comprese e sperimentò quanto Dio aveva promesso a Israele
per bocca del profeta Osea: «Io l'attirerò e
la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore.
(...) Allora ti fidanzerò con me in eterno nella giustizia
e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore; ti fidanzerò
nella fedeltà e conoscerai il Signore» (Os 2,16.21-22).
Tale annunzio si traduceva nella storia, diveniva esperienza,
paradiso anticipato, conoscenza del Signore e intimità
sponsale.
Fu in questo periodo che si ammalò di tubercolosi,
sperimentando sempre più nella sofferenza che
Gesù era l'unica ragione della sua vita. Il male peggiorò
fino a interessare tutta la colonna vertebrale. «Debbo
fare tutto coricata finché queste mie ossa non si risaneranno
un poco; ma benché tutto ciò imponga sofferenza,
l'amore addolcisce i sacrifici e abbellisce l'infermità».
Per volere divino guarì e continuò la sua vita
di contemplazione e di umile servizio.
Il 18 gennaio 1940 la comunità si trasferì a
El Puerto de Santa María. Qui, il 12 maggio dello stesso
anno, suor Maria Angelica venne nominata assistente della
comunità e il 31 dicembre dell'anno seguente maestra
delle novizie. Furono anni di «fecondità spirituale»,
segnati da uno speciale impegno sintetizzato in poche parole:
Amarti e farti amare. «Nel noviziato mi sento felice:
preparare spose a Gesù è il mio ideale ed è
provvidenziale per la mia anima; le novizie sono al tempo
stesso responsabilità e stimolo».
Gli anni trascorsi in Spagna (1916-1948) non furono facili.
Nonostante l'accoglienza fraterna tributata a molti dei cattolici
messicani esuli, la Spagna stava vivendo anch'essa un periodo
di grandi contrasti interni, dovuti alle divergenze ideologiche
fra liberali e conservatori, triste eredità della Rivoluzione
francese. La Chiesa spagnola non sempre fu chiara e preveggente,
tuttavia seppe dare una grande testimonianza di fede durante
la guerra civile del 1936-1939: furono più di quindicimila
i cristiani spagnoli, soprattutto religiosi e sacerdoti, martiri
per la fede.
Il 3 giugno 1948, suor Maria Angelica, insieme ad altre sette
sorelle spagnole, ritornò in Messico in qualità
di superiora e fondatrice, per la fondazione del Monastero
a Città del Messico. Il Signore, nella sua provvidenza,
procurò una piccola casa a Mixcoac, dove abitarono
in estrema povertà, fiducia e gioia: proprio questo
sarà il clima del governo di madre Maria Angelica,
clima squisitamente evangelico che caratterizza tutta la sua
esistenza.
Il 21 aprile 1952 venne nominata dalla Santa Sede Presidente
federale della Federazione dei Monasteri dell'Ordine della
Visitazione del Messico. Per tre volte, a motivo di questa
carica, si recò in Francia ad Annecy, nel primo Monastero
dell'Ordine, cogliendo l'occasione per fare una sosta anche
a Paray-le-Monial, Madrid, El Puerto de Santa María,
Granada. Visitò i monasteri di León e Guadalajara,
nel Messico, sempre pronta ad aiutare ed esortare alla
fedeltà al carisma proprio della Visitazione.
A partire dal 1965 madre Maria Angelica si dedicò soprattutto
alla revisione del Direttorio e delle Costituzioni,preoccupandosi
di custodire la fedeltà agli insegnamenti dei santi
Fondatori. Maestra e madre, ardeva dal desiderio di fare della
sua comunità uno stuolo di anime innamorate di Gesù,
per il bene della Chiesa; a tal fine comunicava loro la vita
nuova che Dio con tanta abbondanza le aveva partecipato e
gli «Incanti dell'amore divino», secondo la spiritualità
propria del dottore del divino amore, san Francesco di Sales,
contenuta nel celebre Trattato dell’Amor di Dio.
Monsignor Luis María Martínez, arcivescovo di
Città del Messico dal 1937 al 1956, la cui importanza,
quale direttore spirituale dal 1915 al 1956, è somma
nella vita di madre Maria Angelica, favorì largamente
il dialogo tra la Chiesa cattolica e il governo messicano,
meritando per questo il titolo di «pacificatore del
Messico». Egli si impegnò sempre, in prima persona,
a reagire contro la legislazione anticattolica che, a partire
dalla Costituzione atea del 1917, raggiunse momenti particolarmente
critici.
Madre Maria Angelica, dopo una lunga e operosa vita, animata
dalla forza dello Spirito, accettò la malattia come
preparazione all'incontro con il Signore. «Già
vedo vicino il porto dove arriverà la mia barchetta
e vedo anche le braccia aperte di Colui che lì mi attende».
Morì il 12 luglio 1977, lasciando alle sue figlie una
feconda eredità spirituale e il desiderio di aprirsi
alla grazia per vivere come vere adoratrici degli annientamenti
del Verbo incarnato, nel nascondimento e nella preghiera umile,
gioiosa e profonda.

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